Differenti strategie per la lotta alla droga

Per molti mesi il governo ha continuato a negare che in Albania ci fosse in atto uno sviluppo massivo della coltivazione della Cannabis, cercando con ogni mezzo di sostenere, anche di fronte alle telecamere di televisioni straniere, che le quantita’ coltivate erano inferiori a quelle degli anni del governo Berisha, ma che oggi facevano piu’ notizia per via dell’aumentata efficienza della Polizia nell’azione di contrasto.

Solo negli ultimi giorni abbiamo pero’ visto una serie di articoli di stampa o di interviste provenienti da vari paesi lanciare con forza il messaggio che la marjuana albanese stava diventando un problema per molti paesi europei.

Dalle telecamere di RAI Tre, dai giornali svizzeri e francesi, a quelli inglesi e italiani, e infine da varie fonti diplomatiche di tutta Europa, il tema della droga in arrivo dall’Albania ha continuato a occupare la discussione. In particolare le dure affermazioni di due magistrati italiani, serissimi e di grande esperienza nella lotta contro la criminalita’ organizzata, come Nicola Gratteri e Cataldo Motta, sembrano aver scosso l’omertosa difesa del governo albanese.

Nei giorni scorsi il Ministro dell’Interno Saimir Tahiri ha deciso di cambiare strategia, annunciando di aver preparato una proposta di modifica al Codice Penale per inasprire le pene a chi traffica droga, introducendo un curioso sistema “un tanto al chilo” dove la pena sarebbe piu’ alta se le quantita’ sono molto grandi, ma senza entrare nel merito dei veri buchi del codice albanese (e delle relative sentenze chiarificatorie della Corte Suprema), che ogni procuratore avrebbe potuto indicare come punti deboli che vanificano spesso le indagini, rendendo impossibile la condanna di molti colpevoli.

Ancora una volta l’emergenza (finora negata) viene affrontata con la demagogia, perche’ le pene piu’ severe proposte da Tahiri non troverebbero colpevoli a cui essere applicate, visto che pur nel grande sforzo di sradicare 2,4 milioni di piante di cannabis la Polizia ha fermato un numero ridicolmente basso di sospetti complici delle coltivazioni, e quasi tutti questi sono stati fermati nelle operazioni promosse dalla Procura in collaborazione con i servizi segreti, e non in quelle organizzate dalla Polizia.

Se il governo volesse veramente combattere la coltivazione della cannabis potrebbe elaborare una vera strategia, sia per quanto riguarda la prevenzione del reato, che per quanto riguarda l’efficace contrasto sul campo, che infine per assicurare alla giustizia i colpevoli, e questo non riguarda solo la coltivazione della cannabis, ma anche il commercio di tutte le droghe e le altre attivita’ illegali transfrontaliere a cui si dedicano le varie forme albanesi di criminalita’ organizzata.

E in questa strategia non dovrebbero mancare le modifiche al Codice Penale e al Codice di Procedura Penale (fino alle eventuali modifiche della Costituzione) necessarie a stroncare il fenomeno e ad impedire la criminalizzazione di ampie zone del paese.

Un esempio per tutti, la proposta del Ministro Tahiri contiene la “minaccia” di applicare ai produttori e ai trafficanti di droga la verifica delle proprieta’. In un paese che ha appena approvato una legge che prevede ispezioni a sorpresa a casa di giudici e procuratori per verificare se hanno gioielli o preziosi nascosti in casa, la norma “minacciata” da Tahiri appare semplicemente ridicola.

Forse, se la Costituzione lo permette, invece di “indagare” le proprieta’ dei narcotrafficanti, sarebbe piu’ logico e sicuramente molto piu’ efficace procedere direttamente (ovviamente quando siano stati condannati) alla confisca di tutti i loro beni e depositi bancari a qualsiasi titolo posseduti.

Questo sarebbe un vero deterrente per ogni genere di trafficante, che contribuirebbe anche ad evitare i reclutamenti saltuari di manodopera a cui assistiamo in questi giorni, ma soprattutto chiarirebbe una volta per tutte che l’Albania non vuole essere la Patria della criminalita’ organizzata.