Nga Maurizio Gussoni
L’Italia come la Ferrari a Monza

Pubblichiamo lo sfogo di un grande del giornalismo dei motori, Maurizio Gussoni, e la sua condivisibile analisi su un certo tipo di classe dirigente che  ha affossato un mostro sacro come la Ferrari, e in definitiva, anche se Gussoni non lo dice espressamente, tutto un paese che sapeva essere meraviglioso.

 

Ed ora una piccola riflessione sul GP di Monza. La Ferrari ha perso, ed ha perso male. La Casa del Cavallino, solo per la storia che si porta appresso, oltre 30 secondi di distacco non se li può permettere. Mai. Tanto meno se li può permettere su una pista veloce come Monza. Ferrari, nella storia, accusò qualche volta deficit di telaio, specie nei confronti dei “garagisti”, come Enzo Ferrari chiamava i patron delle scuderie inglesi a partire da Lotus. Ma il motore e la trasmissione delle F1 di Maranello sono sempre stati elementi di spicco, come lo erano sulle GT. Vedere, oggi, con capitali giganteschi investiti, le rosse farsi sfilare dalle Mercedes come un 500 al semaforo, fa capire che tanto e tanto, negli anni si è perso. In compenso la gestione degli ultimi lustri, mentre perdeva cavalli, faceva guadagnare presunzione e fumosità.
Anche il Commendatore pretendeva, complici i suoi modi di fare autoritari, di essere sopra gli altri. Ma, lui che la vita se l’era guadagnata, non parlava mai in prima persona, ma parlava sempre della sua Fabbrica. Ed era quella che voleva mettere davanti a tutto ed a tutti.
Poi, ratione aetatis, vennero quelli con le chiome al vento e la vita passata nei locali di lusso, tra minigonne e champagne. Magari celebrati come bravissimi in tutto, ma sostanzialmente bravissimi solo a parlare di progetti siderali e sogni in arrivo da costellazioni favorevoli. Sogni che non dovevano mai essere turbati da voci fuori dal coro, come quella del sottoscritto che – anni fa – ricevette pesantissime pressioni (odoranti di brillantina) per non pubblicare un articolo scomodo a “belli capelli”. Pressioni che poi ebbero come risultato un sonoro niet! Infatti l’articolo uscì, e qualche capello si sbiancò.
I fatti, però, la raccontano diversamente. Hanno vissuto, ed ancora lo fanno, sui fasti di un marchio reso grande da altri. Reso grande da chi passava in “Fabbrica” anche le notti. Magari solo per stare di fianco e spronare e maltrattare i tecnici al fine di tirare fuori un po’ di coppia in più o un paio di cavalli dai mitici dodici cilindri. Come, anche se molto meno romanticamente, fanno tutti i giorni a Stoccarda o a Weissach. Questi signori si sono permessi il lusso di voler gestire l’eredità morale di chi gestiva una realtà artigianale con quattro soldi (si doveva rivende le vetture da corsa per stare a galla!), ma dotato di una passione talmente potente da obbligare, negli Anni ’60, il colosso Ford ad investire cifre iperboliche per battere a Le Mans, con la GT40, le Ferrari 330 P3 e P4. Prendendo poi sonore legnate a Daytona. Ebbene, rimettano i piedi in terra, cancellino quell’aria da padroni della Verità e del Verbo che gira troppo per Maranello (constatata personalmente un paio di mesi fa) e mettano a frutto quello che Enzo Ferrari ha lasciato: uno stile di vita ed una filosofia sportiva che loro non hanno mai voluto capire.
Vedere, ieri a Monza, decine di migliaia di tifosi con i visi lunghi, stretti nelle loro illogicamente costose magliette rosse con il cavallino, è stato un vero dispiacere. E certamente un vero dolore di Chi, dal Paradiso, si è dovuto sorbire quasi due ore di arrancamenti dietro un’autentica Cavalcata delle Valchiire.
Ho visto Marchionne, quando arrivò in FIAT, cacciare gli inutili ed i dannosi. In Ferrari lo ha fatto spedendo dal coiffeur chi se lo meritava. Ieri era furibondo, ha detto che gli girava vorticosamente qualche organo. Di bulloni, lo sappiamo, non se ne intende. Quando ha provato a “tirare” con una GT a 12 cilindri di Maranello si è arrampicato su un guard-rail di un’autostrada svizzera. Ma di aziende ne capisce. Eccome. Ci faccia vedere se si sente vicino alla pensione o se, come Enzo Ferrari, vuole vivere come se non dovesse mai morire. Unico modo per far sopravvivere a se stessi i miti ed i sogni.