Nga Carloalberto Rossi
A Sanremo vince Meta e perde Rama

Ermal Meta vince il Festival di Sanremo anche aiutato da una canzone policamente corretta che parla del terrorismo e ne denuncia la sua inutilità. Lo stesso autore si presentava come un candidato politicamente corretto e molto adatto ai tempi (cosa che a Sanremo spesso aiuta) per la sua storia di immigrato perfettamente integrato al punto di cogliere l’opportunità e raggiungere un successo precluso a molti altri nativi italiani.

Questo serve a dimostrare che l’Italia è ancora una terra che offre opportunità, che non discrimina, che ospita e tutela anche quelli che italiani non sono nati, e questo, in tempi di discussioni aspre sui temi dello “ius soli” e dell’immigrazione più in generale, sembra proprio un assist agli attuali partiti di governo, tra elezioni, sparatorie e dichiarazioni populiste ed irresponsabili.

Per la verità questo successo dimostra anche che Ermal in questa affermazione ha tanto merito suo, perchè arrivare li dove è arrivato lui, e già c’era arrivato vicino l’anno scorso,  non è da tutti, e non basta un’origine diversa dagli altri.

Ma il trionfo in una competizione canora (o meglio in un centro nevralgico del sistema culturale italiano) del cittadino albanese e italiano Ermal Meta, se dimostra ancora una volta che l’intelligenza non è collegata al passaporto, racconta soprattutto un altro fallimento albanese.

Ermal Meta, come tanti altri, ha trovato neĺl’emigrazione quel successo che in patria non poteva nemmeno ipotizzare, lasciandosi alle spalle l’Albania e una storia di disagio e di violenza famigliare.

L’Italia, tanto sottovalutata e poco considerata da alcuni, ha dato ad Ermal quegli strumenti culturali che gli sono serviti per costruire il suo successo, nella celebrazione del quale l’Albania non sembra avere nessun ruolo e nemmeno ottenere nessun riconoscimento.

Ermal è  in Italia da oltre 22 anni, scappato insieme alla madre da un paese e da un padre che non gli offrivano ne affetto ne speranze. Allora le speranze erano crollate insieme alle Piramidi e alla leadership di Sali Berisha.

E dopo tutti questi anni, sei legislature dopo, ancora la speranza degli albanesi è quella di partire, la violenza in famiglia nemmeno è un tema, quella nella società aumenta ogni giorno, e nessuna scuola riuscirebbe dare all’Ermal di turno le basi per il suo successo.

La sola attenzione di chi guida il paese è quella di propagandare un paese che non c’è per sfruttare le aspettative di qualche italiano disperato per convincerlo a investire i suoi piccoli risparmi in Albania, su un percorso esattamente opposto a quello di Ermal, per poi usarlo come testimonial per dimostrare il successo di una politica dissennata.

Ermal Meta è un esempio per tutti quegli altri albanesi che come lui hanno ricominciato in un altro paese, è un grande aiuto alla self-confidence di quella nuova “razza mista” italoalbanese, ma è, per i giovani albanesi d’Albania, un altra prova che il futuro individuale è meglio altrove.

Insomma, quella di Ermal è la storia di un grande successo individuale all’interno di un più generale catastrofico fallimento collettivo: il successo è solo suo, mentre il fallimento ha molti padri, incluso chi oggi non sa o non vuole investire per evitarlo. E che magari adesso cercherà di sfruttare l’immagine di Ermal per dimostrare l’esatto contrario.