Nga Carloalberto Rossi
O la Tortuga, o l’Europa!

Qualcosa di paradossale sembra sfuggire alle analisi di giornalisti e commentatori televisivi che si schierano nelle due opposte fazioni pro e contro il governo.

Dalle affermazioni di Fatmir Xhafaj rilasciate in una lunga conferenza stampa dopo la consegna (volontaria) del fratello alle autorita’ italiane si ricavano questi messaggi:

  • la legge sulle estradizioni non si applica a mio fratello perche’ non era processato in assenza ma aveva un avvocato nominato
  • mio fratello Agron e’ stato coinvolto da giovane, aveva 22 anni, e adesso, solo dopo 16 anni, viene chiamato a pagare per una cosa che ha fatto un’altro Agron (cioe’ lui quando era piu’ giovane)
  • io non sono responsabile di quello che ha fatto mio fratello 16 anni prima
  • mio fratello Agron non ha mai violato le leggi albanesi, quindi e’ un cittadino in regola
  • Io non ho fatto niente per proteggerlo, perche’ non ce n’era bisogno, sono gli italiani che non ne hanno mai cercato l’estradizione
  • mio fratello e’ andato in Italia di sua volonta’, si sacrifica per evitare problemi a me
  • in Italia deve scontare ancora la pena, ma in Albania e’ gia’ in prescrizione e non farebbe un solo giorno di galera
  • la legge antimafia non si applica a mio fratello perche’ in Albania non ha fatto niente
  • io sono integerrimo e inflessibile, combattero’ la criminalita’ in Albania senza risparmiare nessuno
  • mio fratello non fa’ piu’ il narcotrafficante e la registrazione del PD e’ falsa.

Insomma, una narrazione da Libro Cuore, con il fratellino che, cercando la sua strada nell’emigrazione, e’ caduto vittima delle cattive compagnie, ma che si e’ riabilitato da solo in Albania dopo essere stato espulso da quell’Italia che poi non lo ha piu’ cercato, ed ora e’ cosi’ redento che alla fine, dopo 16 anni, si consegna da solo all’autorita’ italiana, senza che ce ne fosse un vero bisogno, per aiutare il fratello a continuare ad essere il protagonista della lotta albanese al narcotraffico. E pensare che ce l’aveva quasi fatta, perche’, secondo la “nostra” legge, aveva ormai raggiunto il termine della prescrizione, quindi di fatto aveva espiato tutti i suoi peccati di gioventu’.

Quello che si legge nel racconto di Fatmir Xhafaj, e nelle querule dissertazioni dei suoi sostenitori, e’ di un mondo diviso chiaramente in due, da un lato la patria Albania, il porto sicuro, nel quale tutti i suoi figli hanno il diritto di trovare sicuro rifugio, custoditi e protetti dalla grande famiglia albanese, dall’altro il luogo dell’emigrazione, il resto del mondo, dove gli albanesi, sospinti dalla poverta’, sono andati a cercare ricchezza e fortuna, e dove le regole sono diverse, ma e’ come un gioco, se non ti prendono vinci tu, e puoi tornare in Albania come un giusto a godere dei frutti dei rischi che hai dovuto e saputo affrontare.

Quello che fai, o che hai fatto di la, lo spacciatore, il trafficante di droga o di donne, il rapinatore di ville, l’assassino, o qualsiasi altra cosa, e’ un’altra storia, e non ha importanza qui, e per questo e’ naturale che dobbiamo difendere i nostri figli dalla giustizia “ingiusta” dell’Europa, evitando quando possibile le estradizioni, almeno per quei processi in terra straniera dove i “nostri” sono stati giudicati in assenza perche’ sono riusciti a rifugiarsi in Albania.

 

E’ questo l’esclusivo dovere morale del governo e dei ministri albanesi, difendere i loro cittadini, aiutarli a migliorare la condizione economica loro e delle loro famiglie, le quali costituiscono la nazione albanese, proteggere la parte da loro lesa oltremare non e’ un problema nostro, e’ un problema loro, dei ricchi paesi europei, ci pensassero loro. Due mondi diversi, due diritti diversi, due storie diverse: diritto albanese in terra albanese, diritto straniero in terra straniera.

E’ come se il Ministro Xhafaj e i suoi sostenitori proponessero l’Europa e l’Albania come due posti diversi, dove gli albanesi “pirati” hanno diritto ad andare in Europa a fare bottino per poi tornare in Albania, la loro moderna Tortuga, a godere dei frutti del meritato saccheggio.

E’ all’incirca lo stesso modo di pensare di quel poco di buono italiano, cercatore di fortuna in Albania nei primi anni ’90, che alla domanda della ingenua ragazza di turno che gli chiedeva se fosse sposato, rispose: “In Italia, si”. Lei, forse non cosi’ ingenua, comprese la differenza e ragionevolmente se ne ando’, da sola, in Grecia, con la sua carta di credito.

Oggi il tema appare rivoltato, ma la carta di credito e’ oggi l’invito all’adesione alla Unione Europea.