Nga Carloalberto Rossi
Diplomazia da Codice Penale

Per quasi tre anni ci siamo abituati a sentire i due ambasciatori di prima classe, Donald Lu e Romana Vlahutin, nel ruolo volontariamente assunto di addetti alla propaganda del governo albanese, pontificare, declamare, interpretare leggi albanesi, sciorinare saggezza e minacce, indicare quali pesci pigliare, falsificare rapporti, condizionare giudizi, perseguire magistrati, accompagnare petrolieri.

Attorno a loro il corpo diplomatico europeo diligentemente faceva il suo compitino, lodando in coro il governo per i presunti progressi verso l’Europa, e sempre sottolineando la necessita’ incotrovertibile della riforma della giustizia. In fondo al coro, in posizione defilata, timido e balbettante, l’Ambasciatore italiano solo un paio di volte aveva rilasciato la sua prudente quanto generica dichiarazione di sostegno al governo nella realizzazione della riforma della giustizia. Senza alcuna enfasi, solo uno squittio per dimostrare di esistere.

Una sola volta, in modo alquanto sorprendente, era uscito dal gruppo andando a visitare, senza dichiarazioni, la famosa tenda in cui Basha predicava invano la necessita’ di rifondare la Repubblica albanese, allontanando dal Parlamento banditi e sospetti, e creando un sistema elettorale credibile.

La diplomazia si puo’ ben fare anche stando zitti, e quella inattesa silenziosa presenza aveva scaturito riflessioni e commenti, ma soprattutto ha detto, almeno a meta’ del paese, che l’Italia, il vicino grande e fraterno, sapeva ascoltare e prestare attenzione, pur senza entrare nel gioco delle parti locali.

E, prima di allora, una sola altra volta aveva parlato, e di una questione assai spinosa, quella dell’apparecchiatura IMSI CATCHER, clandestinamente importata in Albania da ambigui funzionari di Polizia italiani. La sua dichiarazione alla stampa, palesemente falsa, che la diabolica macchinetta era sempre stata in mani italiane (e quindi l’attrezzatura non poteva essere stata utilizzata per fare intercettazioni, ma solo esercitazioni), era servita per seppellire la verita’, chiudere la vicenda politica, e soprattutto, ancora una volta, per salvare Tahiri e con lui tutto il governo Rama.

Se fosse semplicemente stato zitto si sarebbe tenuto in pugno tutto il governo albanese, invece ha parlato, e si e’ assunto la responsabilita’ dell’importazione fraudolenta e della incerta custodia, e cosi’ e’ finito sotto al ricatto albanese, lui insieme a quel governo italiano che lui rappresentava in Albania all’epoca dei fatti. Scelta sua o di altri, non si sa, e mai si sapra’.

Adesso, mentre l’Albania affoga in una fallimentare riforma della giustizia, fortissimamente voluta da una certa burocrazia internazionale, senza che l’Italia abbia in questo frangente saputo giocare un suo ruolo salvo mandare qualche esperto silenzioso e minoritario rispetto ai preponderanti esperti tedeschi e croati, e senza che tutti questi esperti abbiano saputo prevenire la prevedibile paralisi istituzionale causata dalla non costituzione degli organismi nuovi e dalla totale insussistenza di quelli vecchi, consegnando di fatto ogni potere al governo Rama e alla sua schiacciante maggioranza parlamentare non piu’ contenibile alla norma costituzionale a causa della procurata inoperativita’ della Corte Costituzionale, adesso che il disastro e’ fatto, e mentre a Roma un nuovo governo espressione di una nuova maggioranza ancora non si e’ insediato, l’ambasciatore Cutillo, per la seconda volta da quando e’ arrivato in Albania, si lancia, parla e sentenzia.

Forse la causa e’ la timidezza, che lo ha costretto a prendere troppa rincorsa, o forse sa di mentire spudoratamente e questo lo mette a disagio, o forse ancora sa che sta dicendo cose non condivise da Roma, o almeno da quella parte di Roma che sta prendendo la guida del governo, ma il risultato e’ che le sue affermazioni, incorniciate da una pluriennale costante assenza dalla scena, suonano pretestuose, palesemente disinformanti e del tutto ingiustificabili.

Non ne azzecca nemmeno una.

Dice che non gli risulta vero che la riforma della giustizia abbia creato la cattura del sistema giudiziario da parte del governo socialista, e per consolidare l’effetto contemporaneamente si lamenta per il non funzionamento della Corte Costituzionale, la qual seconda cosa dimostra ineluttabilmente la verita’ della prima da lui seccamente smentita, ma lui lo definisce un costo inevitabile da pagare per effettuare una riforma “senza precedenti in Europa”.

Non contento, passa alla aperta difesa di Tahiri, spiegando che il processo di Catania non riguarda l’ex ministro, ma poi si schernisce dicendo di sapere solo quello che sanno anche i giornalisti. Una mezza verita’, perche’ i giornalisti piu’ attenti sanno bene che oltre al processo degli Habilaj a Catania c’e’ in corso una indagine su Tahiri, cosa ammessa dallo stesso ex ministro pochi giorni fa in televisione.

Poi spiega che e’ normale che per il fratello narcotrafficante del Ministro degli Interni non sia stata chiesta l’estradizione, argomentando che per pene lievi l’Italia non la chiede mai, dimenticando una serie di casi contrari accaduti prima, durante e dopo con molti altri condannati albanesi, e soprattutto omettendo che il fratello del Ministro in Italia non e’ mai stato nemmeno ricercato, cioe’ se ne poteva stare tranqullamente a Piazza Navona a prendere un caffe’, altro che estradizione.

Infine spiega che il nuovo governo italiano non portera’ a cambiamenti nella politica estera, cosa secondo lui garantita dal nome del nuovo Ministro degli Esteri, e invece pochi giorni dopo clamorosamente smentita dalla prime uscite del nuovo Primo Ministro Conte e del nuovo Ministro degli Interni Salvini.

Tutti i commenti privati degli albanesi piu’ amici dell’Italia, a prescindere dalle convinzioni politiche, sono costernati, credevano, grazie ad una condotta diplomatica perseverata da oltre un quarto di secolo, che la diplomazia italiana sapesse restare fuori dal fango albanese, come aveva sempre fatto finora, e fosse capace di comprendere la situazione albanese, imponendo alla fine delle scelte accettabili e utili alla stessa Albania.

E invece tutti hanno letto nelle parole di Cutillo un chiaro asservimento al governo Rama e ai suoi due consecutivi Ministri degli Interni, tutti evidentemente legati al narcotraffico.

Una cosa inaudita, come se avesse smentito 25 anni di diplomazia italiana.

Data la congiuntura politica romana, con un governo molto nuovo e diverso ma ancora in gestazione, e’ facile presumere che si tratti di una scelta privata, di un favore diretto, di una complicita’ personale, di una debolezza assertiva di un uomo non adatto al compito, ma le molte discutibili cose avvenute negli ultimi anni nelle cronache albanesi aprono uno scenario molto piu’ inquietante.

Come non considerare anche l’appoggio incondizionato offerto finora a tali ministri narcotrafficanti da quasi tutte le istituzioni italiane in Albania, come non considerare il tacito sostegno delle missioni di Polizia italiane a quegli stessi ministri quando ostinatamente nascondevano l’esistenza del problema narcotraffico, come non considerare la storia di un narcotrafficante fratello di un ministro albanese che viene scarcerato, espulso, condannato e mai piu’ ricercato dalla Polizia italiana, come non considerare la complicita’ della Polizia italiana nel fornire, a danno della Procura, strumenti illegali di intercettazione a quella Polizia di Tahiri oggi in gran parte latitante perche’ ricercata dalle procure albanesi, come non considerare il lunghissimo silenzio su Tahiri ministro, i cui cugini innegabilmente narcotrafficanti erano conosciuti, indagati e intercettati da anni dalle autorita’ giudiziarie italiane, come non considerare il silenzio italiano sull’arresto di Dritan Zagani, colpevole di aver segnalato quei cugini del ministro e accusato di aver passato informazioni ad un collega della Guardia di Finanza, anche lui pubblicamente (e ingiustamente) accusato da Rama in persona di essere complice dei narcotrafficanti, e come non considerare i misteriosi contratti di concessioni italoalbanesi nel settore dei rifiuti, o le numerose anomalie e mancanze di tanti noti criminali albanesi dalle liste dei ricercati Interpol?

E infine, come non comprendere che le forzature della riforma della giustizia imposte dal governo Rama con voti a maggioranza, e con costanti violazioni dello spirito e della norma della riforma costituzionale della giustizia, stanno trascinando l’Albania in un futuro diametralmente opposto a quel dettato europeo tanto declamato.

Un futuro, per l’Albania di Edi Rama e di Alberto Cutillo, piu’ da sultanato ottomano che da principato illuminato, e comunque gia’ oggi senza Corte Costituzionale e senza contrappesi istituzionali.

E come non comprendere che l’afflusso di troppo denaro criminale gia’ sta uccidendo ogni impresa normale e che quel sultanato ottomano, soggetto solo alla volonta’ di un capo vizioso, diventera’ presto un territorio dove, pagando, si potra’ fare, commerciare, contrabbandare, trafugare, nascondere ogni cosa, ogni sostanza, ogni arma e ogni persona, alla faccia di tutti i proclami di volonta’ di sicurezza dei confini?

Se continuano cosi’, a certi diplomatici italiani, come a molti altri imbarazzanti funzionari del governo italiano, campioni tanto del non vedere, quanto della servile propaganda ad una causa che non doveva essere la loro, presto dovra’ essere contestata una fattispecie di reato molto famosa in Italia, il “concorso esterno in associazione criminale”, non essendo altrettanto facile trovare le prove per una piu’ diretta contestazione di “arruolamento al soldo di potenza straniera”.