Nga Carloalberto Rossi
Il 2 Giugno, la Festa della Prima Repubblica Italiana, oggi in concessione

Ogni anno il giorno dell’anniversario del referendum sulla monarchia del 2 giugno del 1946, che diede i natali alla Repubblica, tutte le ambasciate della Repubblica Italiana organizzano un sontuoso ricevimento che, secondo la narrativa popolare e le lezioni tenute dai maestri di scuola a tutti i bambini italiani del dopoguerra, e’ aperto a tutti i cittadini italiani che si trovano in quel paese.

Piu’ o meno la stessa cosa ci insegnavano per l’anniversario della Vittoria della Prima Guerra Mondiale, il 4 novembre, Festa della Vittoria e delle Forze Armate, giorno nel quale tutte le caserme italiane erano aperte al pubblico e potevano essere visitate da tutti i cittadini. In quel giorno anche tutti gli Addetti Militari delle nostre Ambasciate  organizzavano un grande ricevimento.

Il tempo passa, e la repubblica e’ invecchiata, e’ stata pensionata la prima repubblica, e forse anche la seconda, e le vecchie necessita’ di legittimazione popolare sembra che abbiano lasciato il posto ad altre esigenze. La festa delle Forze Armate e’ stata praticamente soppressa, mentre della Vittoria (che peraltro a memoria e’ l’unica della nostra storia dell’italia unita) sembra che non possiamo piu’ vantarcene, perche’ oggi, fatta l’Europa, non sarebbe carino nei confronti di chi stava dall’altra parte.

Anche la Festa della Repubblica e’ un po’ malmessa, come  la repubblica stessa, e a dispetto del nome non e’ piu’ tanto una cosa di tutti, in particolare nelle ambasciate.

Negli ultimi anni, almeno in Albania, si e’ cominciato a chiudere la porta al pubblico, trasformando l’evento da popolare ad elitario, piu’ orientato alle relazioni diplomatiche con gli ospiti politici locali che alla costruzione del senso di nazione, che l’Italia repubblicana praticamente non ha mai avuto, anche a causa dei suoi natali un po’ turbolenti.

Rigorosi inviti “strettamente personali” e supposte quanto esagerate ragioni di sicurezza hanno creato nelle comunita’ italiane in giro per il mondo una specie di psicosi: tutti a vedere chi e’ stato invitato e chi c’era, perche’ chi non c’era evidentemente non e’ gradito al vicere’, pardon, all’ambasciatore. Cosi’ comincia una specie di “bagarinaggio” dell’invito “a corte”, normalmente gestito da parenti ed  amici delle “signorine dell’ambasciata”, finalizzato a diffondere su Facebook la foto che provi a tutti gli altri esclusi il proprio potere d’accesso.

Questo, quando almeno a Tirana l’Italia contava qualcosa, affliggeva non solo la comunita’ italiana, ma anche la  societa’ albanese, perche’ essere presenti  alla festa nazionale italiana era un must per la  classe dirigente del paese, in particolare della politica, per far vedere il proprio peso sociale. Oggi, almeno gli albanesi, hanno risolto il problema, perche’ l’evento non e’ piu’ socialmente qualificante e, anche se li inviti, non si fanno nemmeno vedere.

Poi le ristrettezze economiche e i supposti tagli di bilancio hanno consigliato ai saggi del Ministero degli Esteri di suggerire alle ambasciate la sponsorizzazione della Festa della Repubblica, con tanto di bando pubblico  e procedura di selezione dai criteri incogniti: tutte le ambasciate lo pubblicano a inizio aprile, chiedendo un contributo  di una certa cifra, che se non altro assicura a certi professionisti e a certe aziende la possibilita’ di avere buone relazioni “commerciali” con l’istituzione. “Se tu mi sponsorizzi, invito chi mi dici”, questa e’ la ratio non scritta, ma a pensar  male potrebbe anche essere diventata “Se tu non mi sponsorizzi, non ti aiuto” e questa, ai conoscitori  del codice penale, rischia di apparire concussione.

Tutte le discussioni sulla “moglie di Cesare” sono sempre fastidiose, ma la scelta di finanziare la Festa della Repubblica ricorrendo a sponsorizzazioni private e’ esattamente il segno di una macchina  dello stato ormai incapace di distinguere principi e sacralita’ dai piccoli mercanteggiamenti di altrettanto piccoli burocrati. Il principio appare francamente discutibile, per non dire inaccettabile: se il Ministero degli Esteri “vende servizi” contro corrispettivo, vuol dire che e’ ridotto come una normale impresa privata, se invece non vende servizi, ma solo si fa’ sponsorizzare, vuol dire che e’ amministrato da una cupola di impunibili inopportuni.

Anche  la  Chiesa di Roma ha sempre venduto le SS. Messe, ma almeno non ha mai messo il marchio Coca-Cola sulle ostie o sugli altari, e nemmeno sugli abiti talari.

E perche’ non dovrebbe fare come gli Esteri anche il Ministero della Giustizia, facendo sponsorizzare i tribunali alla Parmalat, o il Ministero degli Interni, che potrebbe chiedere all’ILVA di sponsorizzare le auto della Polizia, o anche il Ministero delle Finanze, che potrebbe chiedere all’Alitalia di sponsorizzare le banconote da 100 euro, che hanno quasi lo stesso colore.

Anche sul prezzo v’e’ poi da ridire, visto che i 20 sponsor in bella mostra sugli inviti del 2 giugno 2018 dell’Ambasciata di Tirana dovrebbero aver contribuito con almeno 1.000 euro ciascuno e con quella cifra un privato cittadino potrebbe ospitare a cena tutti gli invitati presenti quella sera in Ambasciata nel piu’ costoso ristorante di Tirana.

Ma il vero imbarazzo sta nei nomi degli  sponsor, che testimoniano una presenza di imprese pubbliche italiana e di concessionari del governo albanese: a parte le new entry dei due gioielli della corona delle partecipazioni statali,  e di una inspiegabile joint venture pubblico-pubblico nel settore della raccolta dei rifiuti, compare per la prima volta un posatore di geomembrane partner strategico di una chiacchieratissima impresa di concessioni seriali nell’incenerimento di rifiuti che non ci sono, per proseguire con uno studio legale che da  anni dalla stessa ambasciata  viene consigliato “in esclusiva” a tutti gli imprenditori italiani, con una banca “di sistema” che per anni ha distribuito milioni di euro “a perdere” solo ai peggiori imprenditori albanesi (mentre quest’anno manca la sua ex concorrente, fallita dopo aver fatto per anni la stessa cosa),  la solita compagnia aerea italiana illimitatamente sovvenzionata dallo stato, una concessionaria di idrocentrali, e infine un concessionario di servizi petroliferi. A rappresentare l’economia vera solo quattro industrie italiane ed una greca, e sei importatori locali di prodotti italiani.

Tra questi si alligna un vero  campione dell’imprenditoria locale, proveniente da quel settore oggi debordante di cui solo Edi Rama e l’Ambasciatore continuano a negare l’esistenza, e che ragionevolmente non avrebbe proprio potuto essere invitato in occasione della visita del Presidente della Repubblica Italiana.

Ma se la valutazione della Farnesina e’ su quanti soldi di sponsorizzazioni incassa un’ambasciata, anche lui, se paga buona moneta, ha il diritto di fare il Marchese del Grillo, mentre incensurati contribuenti e normali imprenditori italiani restano fuori.

Viva la Prima Repubblica Italiana, quella che non finisce mai!